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La Croce Celtica


Le Isole Britanniche. L'Irlanda
Le invasioni celtiche delle Isole Britanniche sono storicamente certe e in parte databili: a partire dai Gaeli che vi si stabilirono intorno al 1800 a.C. diversi gruppi celtici continentali, di alta statura, colorito chiaro e capelli biondi, varcarono la Manica - massicciamente nel IV sec. a.C. - e si insediarono su questi territori. In Irlanda respingendo la precedente razza iberica, scura di capelli e di bassa statura, che aveva eretto gli antichissimi dolmen. Fino all'arrivo delle genti che al tempo della conquista di Cesare, sospinte dagli incendi e dal clamore delle stragi, evacuavano l'attuale Francia. L'impronta celtica della Britannia - non del Galles, della Cornovaglia, della Scozia - fu tuttavia successivamente cancellata: prima in parte dalla conquista romana anche di questa isola (47-43 a.C.), poi ben più profondamente dalle emigrazioni germaniche degli Angli e dei Sassoni verso il V sec. d.C.. La resistenza celto-romano-britannica alle quali fu all'origine del sorgere del ciclo bretone arturiano. (A seguito di queste invasioni, gruppo di celto-britanni emigrarono nella regione francese dell'Armorica, da allora definita Bretagna). In Irlanda tutto ciò non accadde. Quest'isola verdeggiante, aperta all'Atlantico ma con un clima temperato dalla corrente del Golfo, isolata all'estrema periferia d'Europa, fu sottoposta agli albori della sua storia alle medesime ondate migratorie celtiche, fino agli ultimi arrivi dei celto-britanni incalzati dalle legioni romane. Destino volle che non entrasse mai a far parte dell'Impero Romano, né le fu dato di vivere i secoli bui delle invasioni barbariche germaniche ed euroasiatiche. Il suo Alto Medioevo - non paragonabile comunque alla violenza di quello europeo - inizia solo nell'VIII sec. d.C. con le prime invasioni danesi e vichinghe. Fino allo sbarco degli anglo-normanni nel 1170 con il quale iniziò la dominazione inglese sull'isola. Fatto questo che non riuscì - nonostante le brutalità susseguitesi per quasi otto secoli di colonialismo britannico - a sradicare il carattere celto-irlandese delle popolazioni, dando invece inizio a un fiero movimento di resistenza tutt'oggi vivo nell'Ulster. L'invasione del 1170 segnò tuttavia la fine completa e totale di ogni forma dell'arte sacra isolana, comprese le grandi croci scolpite. " ... All'inizio del 1170 avvenne l'invasione Anglo-Nonnanna, che sovvertì completamente la vita tradizionale del paese... Il risultato immediato dell'invasione fu la totale estinzione delle arti tradizionali....... (Enciclopedia Britannica, 1952, pag. 597, voce: Irlanda).

L'originaria lingua gaelica dei Celti (di gruppo Q), antenata del moderno irlandese, sopravvisse fin dal primo antichissimo stanziamento e con essa tutta l'organizzata società celtica quale essa andò evolvendosi, con una continuità feconda e ininterrotta di tradizione culturale e letteraria. Anche mentre nel resto d'Europa - sec. IV-V d.C. - avveniva il cataclisma storico della caduta dell'Impero e del venir meno della missione di Roma. Quelli che erano chiamati Germani perché - venuti da lontani paesi stepposi euroasiatici - avevano soggiornato a lungo in Germania, dopo averne cacciato il ramo tedesco dei Celti, irruppero infatti a più riprese entro i confini imperiali. Barbari nel pieno significato della parola, riuniti in bande incapaci - sembra - di coltivare e di costruire, dediti alla razzia, per trecento anni si precipitarono a ondate sull'Impero Romano ormai corroso, traversandolo e saccheggiandolo. Per trecento anni gli abitanti della Gallia, dell'Italia, della Spagna, delle altre regioni, non ebbero principale occupazione che tentare di sopravvivere e salvarsi. Una volta stabilizzatasi la situazione, verso il 600-700, si formò una casta dirigente onnipotente e barbara - i nuovi conquistatori - continuamente in reciproca guerra per altri secoli. Se possibile per una terra e per una civiltà il verificarsi dell'interruzione nella catena culturale che lega le generazioni tra di loro attraverso i tempi, questo si verificò probabilmente con questi eventi. Tanto che, scrive T.G.E. Powell (op. cit.) " ... dappertutto negli antichi reami teutonici dell'Europa post-romana, la Chiesa ha trovato soltanto i rudimenti di un governo e di una legge, mentre in Irlanda i missionari si trovavano di fronte ad una organizzazione basata su uomini colti, con specialisti in leggi tradizionali non meno che nelle arti sacre, nella letteratura e nello studio della genealogia... ". E' l'Irlanda cosidetta dei "cinque quinti", i cinque reami antichi: Ulster, Munster, Leinster, Meath, Connaught, a capo dei quali era il "re supremo" (ard ri). L'Isola Verde - grande enigma nella sua storia - a partire dal V sec. d. C. abbracciò poi, con il santo missionario Patrizio, coralmente e spontaneamente, senza conoscere martiri né dall'una né dall'altra parte, il Cristianesimo. Ma portando nella nuova religione moltissimo delle antiche credenze. "... I cento anni, dal 460 al 560 circa, sembra abbiano assistito al grande mutamento... da una società pagana dell'età del ferro a una società cristiana che conosceva la letteratura latina e forse anche greca... ". (M.e L. De Paor, op. cit.). Alcuni eminenti studiosi - come Nora Chadwick, profonda conoscitrice della scena protocristiana sulle Isole Britanniche - spiegherebbero questa rapida metamorfosi affermando che in realtà la Chiesa Celtica fiorì sull'isola ben prima di Patrizio e del suo predecessore Palladio, forse attraverso contatti con la costa cristiana gallica oppure, secondo altri, attraverso un sotterraneo legame con l'Oriente Cristiano Mediterraneo. E in effetti il mondo celtico-irlandese, specie agli esordi, deve molto agli anacoreti e ai monaci siriaci ed egizio-copti (sono questi ultimi i discendenti diretti dell'Egitto, convertitisi al Cristianesimo e più tardi sommersi dall'invasione araba: i rappresentanti antropologicamente più puri dell'antico popolo Egizio). Ad esempio quell'ideale ascetico più estremo tipicamente orientale. E i contatti tra l'Irlanda, pur così lontana, e il mondo della Cristianità Orientale sono storicamente provati e molto importanti anche ai fini della Croce Celtica. Comunque sia, secondo la tradizione, Patrizio fu nel suo tempo libero di attraversare e riattraversare l'Irlanda, amministrando i sacramenti, fondando chiese. Egli ci parla di un "numero incalcolabile" di convertiti e menziona re, vassalli, donazioni di terre.

Tuttavia l'organizzazione della spiritualità celtica segui un modello molto distante dal rigido ordinamento ecclesiastico romano, con vescovi e diocesi organizzate. Se oggi ogni buon irlandese che si rispetti conserva, come ieri, una semplice ma profonda fiducia nell'esistenza di un fiabesco mondo di fate, di gnomi e folletti ("il popolo delle colline", "gli ospiti dell'aria", "la buona gente"...), sente la realtà di arcane e misteriose presenze, talora infemali: divinità dei boschi, dei campi, dei fiumi... A ben maggior ragione, al tempo della conversione, ai contadini e guerrieri celtici - che avevano ormai perso le più antiche usanze eroiche e barbariche: il combattimento dei carri, la potenza e il prestigio dei druidi, il taglio di teste umane in battaglia, il mitologico mondo d'oltretomba - apparve naturale tenere i riti religiosi e riunirsi là dove li avevano tenuti e dove si erano riuniti gli antichi sacerdoti. Sotto le querce sacre, vicino alle fonti, nelle campagne brumose, in gruppi attorno ad un capo religioso tendenti all'isolamento. Fu in questo modo che si posero le basi delle prime comunità a carattere monastico, che poi si diffusero su tutta l'isola. " ... Nei territori delle varie tribù furono istituiti monasteri e conventi, che però non formarono amalgama, né furono uniti tra di loro da una regola monastica comune; essi rimasero perciò al di fuori dell'organizzazione centrale della Chiesa di Roma... Il Cristianesimo irlandese ebbe quindi, sin dal quarto secolo un suo sviluppo indipendente e fu in grado di conservare indisturbato molti antichi costumi... " (J. Filip, op. cit.). I monasteri irlandesi assunsero subito e per secoli un ruolo di fari di civiltà, riprendendo anche palesemente alcune delle tradizionali funzioni druidiche e spiritualmente poggiandosi sulla antica sensibilità celtica. Capolavori di scultura, di miniatura e di oreficeria vennero prodotti specie nei secoli VI-VIIVIII (l'età dell'oro per l'Irlanda): tipicamente celto-irlandese sono le decorazioni a motivi fantastici curvilinei, intrecciati, a spirale, nastriformi, in cui si possono rinvenire - talvolta motivi dell'arte copta e siriaca, nell'ambito fondamentale di una continuità stilistica rispetto il periodo pagano e addirittura la preistoria. Queste decorazioni astratte e surreali ornano tutti in genere i prodotti dell'arte sacra: compresi le superfici delle grandi croci di pietra ornate del cerchio che già cominciano ad apparire (VI-VII sec. d. C.). A partire più o meno dall'Vlll sec. si ritrovano, ad opera dei monaci irlandesi del tempo, le prime chiosature in celtico-gaelico dei testi ecclesiastici latini. Ciò condusse ben presto alle prime trascrizioni del linguaggio e della letteratura dialettale, che divenne in tal modo la più antica, dopo il greco e il latino, molto prima dell'apparizione del volgare in altre zone d'Europa. E con il volgare scritto che si diffondeva dai monasteri - primo esempio appunto di lingua nazionale europea - vennero registrate tutte quelle antiche saghe e i poemi di antiche imprese che costituivano il grande patrimonio tradizionale orale di un mondo eroico scomparso. Tramandato per secoli dai bardi, dai druidi, dai vati (successivamente dalla corporazione dei filid): i tre tradizionali tipi di "letterati" celto-irlandesi " ... nella cui rigida suddivisione si sente ancora l'impronta gerarchica e aristocratica indoeuropea... " (G. Herm, op. cit.) E la sua eredità spirituale, se vero che "... i druidi celtici rappresentano la medesima tradizione dei bramini indiani... " (M. Dillon, op. cit.). Il ciclo degli Ulati, con gli eroi di tipo omerico Cu Chulainn e Colchobar e il re ulsteriano Conor Mac Nessa; il ciclo dei feniani con le imprese di Ossian, di Fingal... o ancora le gesta narrate nel Lebor Gabala (il Libro delle Invasioni). A questi primi cicli riferiti all'età precristiana e barbarica, e più propriamente isolana, subentrarono - messi a punto successivamente - altri eroi e altri cicli. Come quello bretone-arturiano originato dalla resistenza all'invasione anglo-sassone. E successivamente altri ancora. "Un più marcato ritorno allo spirito celtico si registrò quando, a partire dal dodicesimo secolo, i menestrelli erranti diffusero la conoscenza degli antichi racconti celtici per le contrade della Francia e della Germania, e i poeti come Chrétien de Troyes, Gottfried di Strasburgo, e il più famoso di tutti, Wolfram von Eschenbach, presentarono in veste nuova i racconti epici di corte dei Celti che trattavano le gesta di Re Artù, il San Graal e Tristano e Isotta. Al tempo delle crociate, a queste antiche reminescenze celtiche si aggiunsero in gran copia elementi orientali... " (J. Filip, op. cit.) Questi cicli poetici, soprattutto quello arturiano e quello graalico - frutto dell'incontro delle antiche e fantastiche produzioni letterarie dell'area celtica a nord-ovest dell'Europa con il mito cristiano - costituiscono con la loro fiabesca fantasia, una delle produzioni più luminose della mistica europea.

La particolarissima sintesi tra l'eredità guerriera e spirituale celtica con il messaggio del Cristo, tra la materia nuova e l'arcaica, ben evidenziato - a mo' di esempio - dalla vicenda storica di S. Colombano il Maggiore, con il quale, solo pochi decenni dopo l'arrivo di Patrizio in Irlanda, questa terra dava il via a sua volta a una grande missione verso l'Europa. S. Colombano il Maggiore (Colum Cille) fu l'antesignano di questa diaspora missionaria irlandese, passando in Scozia attraverso il monastero dell'isola di Jona (da lui fondato nel 563) per convertire i Pitti. Ad una superficiale osservazione sembrerebbe che membri di uno dei più recentemente cristianizzati popoli d'Europa si servivano di mezzi spirituali per convertire altri popoli! Le cose, tuttavia non sono così semplici: la terra d'Irlanda non poteva dare tipi di uomini molto diversi da quelli che la abitavano fino a pochi decenni prima. Colombano apparteneva infatti ad una delle più nobili e potenti famiglie regnanti dell'Ulster gli Ui Nèill - e la sua dignità di abate affondava le radici, agli occhi di quel mondo antico, nei principi-sacerdoti custodi di un antichissimo santuario pagano, compreso nel territorio degli Ui Nèill: Tara. Da Tara-una specie di oracolo, una venerata Delfi d'Irlanda - questa stirpe nordirlandese traeva la pretesa storica di "re supremi" (ard ri) dell'intera nazione. Con risultati tuttavia scarsi sul piano pratico, visto che si trovava in quel tempo a governare solo l'estremo lembo del Nord-Ulster: il Dàl Riata. Nel tentativo di riespansione cominciarono a guardare alla vicina costa della Calendonia britannica: e inviarono Colombano, l'uomo rivestito della duplice aureola regale degli Ui Nèill e sacrale della Tara pagana. E al tempo stesso l'uomo di Cristo. E' in questo contesto che va dunque intesa la sua "missione": tanto é vero che dopo aver fondato lo storico monastero di Jona prese accordi con i capi dei Pitti e pose le basi dell'omonimo regno del Dàl Riata in Scozia. Un'avventura quindi, insieme di guerra e di spirito. In armonia con quello che erano i rudi monaci irlandesi del tempo, se é rispondente a verità il racconto citato da G. Herrn (op. cit. pag. 324) di "... Un chierico gallese che visitò nella sua patria, verso il sec. XII il monastero di Llanbadarn Fawr, fondato dai figli della Verde Isola (e) informa che l'abate locale era un laico segnalato per i suoi peccati, aiutato nella celebrazione della messa dai suoi figli corporali. I frati, continua il gallese, venivano al servizio divino armati, e quando un cavaliere bretone chiese al priore della comunità se non possedesse altro simbolo di comando che la spada, "no" rispose quegli in tutta semplicità". A completamente (per quello che é possibile ... ) dell'aspetto esteriore di questi monaci, occorre dire che storicamente la Chiesa Celtica trovò uno dei suoi principali motivi di attrito con la Chiesa Romana nella particolare tonsura in uso in Irlanda: da un orecchio all'altro, con un ciuffo di capelli frontali e una lunga chioma sulla nuca. Alla moda degli antichi druidi. Possiamo vagamente immaginare l'aspetto di questi monaci! Probabilmente anche il primo S. Colombano e in generale le solitarie comunità monastiche irlandesi dell'epoca vanno quindi ipotizzate in maniera corrispondente. La storia ininterrotta dello sviluppo celtico sulla Verde Isola attraverso i secoli é, in conclusione, di enorme importanza. "I Celti in Irlanda conservarono una saldezza della tradizione indoeuropea occidentale, come sul lato orientale fecero gli Ariani dell'India settentrionale. Questi fecero sopravvivere per lungo tempo ciò che era scomparso del loro comune ceppo centrale... Il retaggio della cultura celtica che sopravvivere da tempi antichi in Irlanda é, dopo quello greco e latino, il più antico d'Europa... " (T.C.E. Powell, op. cit.).